Come si festeggia il 1 maggio durante la pandemia?

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Il monitoraggio dell’Istat uscito ieri conferma il trend timidamente positivo registrato nelle ultime settimane: l’occupazione torna a crescere, l’ammontare delle ore lavorate è in aumento, i disoccupati sono in calo; l’effetto delle riaperture comincia a farsi sentire mentre molte attività possono ricominciare a pianificare, tra tante preoccupazioni, i mesi che verranno.

Ma non siamo ancora in ripresa. Siamo solo all’inizio di un percorso molto lungo, che deve fare i conti tanto con le conseguenze della pandemia nell’ultimo anno quanto con i problemi strutturali dell’Italia pre-covid e della sua scarsa capacità di crescita.

Perché gli effetti rovinosi della quarantena sull’economia italiana non possono essere attribuiti esclusivamente al virus: ben prima del paziente zero, prima ancora della crisi del 2011, il nostro Paese già soffriva degli stessi problemi che ancora oggi attanagliano un mercato del lavoro lento, insufficiente e poco qualificato, riducendo ulteriormente la scarsa capacità di adattamento che da più di vent’anni contraddistingue la stagnazione italiana.

Una macchina economica, non dimentichiamolo mai, che si posiziona al quarto posto in Europa e all’ottavo nel mondo per grandezza. Non è solo la fonte di reddito e sostentamento per i suoi cittadini, ma uno dei più importanti attori del sistema globale, trasformando la nostra affermazione nel successo di tutti i nostri alleati e partner commerciali.

Eppure i primi ad avere una visione scettica e catastrofica dell’Italia siamo proprio noi, i suoi cittadini. Come darci torto? I nostri indici di crescita sono sempre stati scarsi, la povertà in costante aumento, la sicurezza economica claudicante, l’innovazione una chimera che sembra appartenere solo ai nostri vicini d’oltralpe. Abbiamo smesso di sognare e di investire, relegandoci ad una visione di sopravvivenza fatta di pugni stretti e della rinomata capacità italiana di adattarsi ad ogni condizione, di fronte ad una politica che dagli anni ’90 ad oggi non è stata capace di intercettare i bisogni reali del paese, di credere nel futuro e di promuovere una strategia che andasse oltre un misero mandato di Governo.

Il 1 Maggio 2021 non sarà solo la Festa dei Lavoratori: è anche il momento in cui chiediamo alla classe dirigente di rispettare gli impegni presi per ridurre la povertà, colpire il gender gap nell’occupazione, investire sulla riqualificazione delle professioni, favorire la modernizzazione della Pubblica Amministrazione, sgravare il lavoro dalla burocrazia inutile e cominciare, una volta tanto, a credere davvero nei giovani, nelle donne, nelle piccole e medie imprese, nei lavoratori autonomi.

Questo 1 Maggio chiediamo ciò che ci spetta di diritto: un futuro fatto di inclusione e possibilità per tutti.

– Fabio Daniele

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